PANTANI-SURACE – LA RESPONSABILITÀ DEI CIELI E DELLE ALTEZZE

  La responsabilità dei cieli e delle altezze ha inizio nel 2014, nella città di Prato, come azione e installazione pubblica per Piazza dell’Immaginario – “percorso”, quest’ultimo, che negli anni ha inteso contribuire con l’arte alla trasformazione in verso migliorativo di un quartiere urbano ad alta densità d’immigrazione.
Pantani-Surace dopo un periodo di osservazione, riflessione e confronto in loco, invitarono la comunità a compiere un gesto in apparenza semplice ma nella sostanza già generativo dell’opera: saltare su tre grandi matrici di legno inchiostrate e distese a terra, così da imprimere su fogli bianchi, al modo della tecnica xilografica, i caratteri cinesi il cui significato è “ti amo” (io-amo-te). Espressione di massima intensità emotiva, da essere a essere, la cui possibilità, opportunità – e talvolta liceità – cambia secondo i contesti sociali e culturali. Proprio in Cina dire ti amo è un atto eccezionale e sconvolgente, per ragioni complesse legate ai fattori storici, in primis a quel prevalere del senso di collettività sul singolo, insito da secoli ma intensificato, fino al limite dell’annullamento del sé, dal recente passato maoista; di ciò dava testimonianza speculare Goffredo Parise in un brano poetico del saggio Cara Cina (del 1966): «L’amore è, per i cinesi, un sentimento così personale, delicato e fragile che non soltanto non si può toccare ma non si può nemmeno esprimere così che altri, chiunque altro, compresa la persona amata, lo possano a loro volta vedere e toccare.»
A Prato i fogli impressi durante l’azione pubblica restarono sui muri della piazza, ad altezza degli occhi, per alcuni mesi. Una durata ampia, prova di un deperimento causato solo dagli agenti atmosferici: l’opera era stata accolta dalla comunità.
Secondo una genesi progressiva che caratterizza molti dei progetti artistici del duo Pantani-Surace – come racconti da sviluppare nel tempo – la mostra di Varese costituisce una nuova declinazione del lavoro, ponendosi in dialogo con lo spazio Riss(e) inteso nella sua specificità umana, quale luogo di espressione e accoglienza, e nella sua specificità architettonica.
Dato l’allestimento attuale, le catene che consolidano lo spazio fisico (ciò che tiene insieme le parti), sembrerebbero d’acchito separare il messaggio a più livelli, quello d’insieme – ogni carattere stando a sé non è riferibile a un significato preciso – e quello particolare poiché i fogli, ora rimasti in copia unica, adagiati sul ferro si mostrano in modo parziale sia da davanti che dietro. È l’innesco di un processo; l’elemento d’unione diventiamo noi osservatori, il nostro sguardo che incontra un messaggio denso eppure reso astratto dalla diversità linguistica.
C’è un aspetto dell’astronomia e della fisica che, ricordo, mi colpì in maniera speciale al primo incontro. In un testo che leggevo, veniva spiegato che quando ammiriamo il brillare di una stella distante per esempio cento anni luce, stiamo vedendo qualcosa che è accaduto un secolo fa. È come se il passato e il presente diventassero contemporaneamente gli stessi. In modo più complesso ci si riferiva anche al fatto che in prossimità di un buco nero, ciò che viene definito l’orizzonte degli eventi, un oggetto in caduta verrebbe visto, da un osservatore distante, come rallentato all’infinito, mentre un osservatore vicino non noterebbe alcun rallentamento (il fenomeno si chiama dilatazione temporale gravitazionale). In una dimensione più terrena, e quotidiana, qualcosa di simile lo sperimentiamo guardando il cielo; sta lì, in apparenza neppure tanto lontano, eppure è un effetto ottico dovuto all’atmosfera del nostro pianeta. In ogni caso serve uno slancio dell’immaginazione per comprendere. Così, il significato dei caratteri sospesi nella sala è in attesa solo di essere accolto e interpretato: lo spazio, il movimento, direi l’esperienza fisica nel suo complesso convergono verso i tre curiosi segni d’inchiostro. Tramite vari rimandi ciò che è stato si attualizza in altra forma, e altra ancora ne assumerà in futuro in base ai contesti: avviato da un un salto minimo sopra delle matrici, simile a un gioco, la responsabilità dei cieli e delle altezze si svela come dimensione (ed elogio) della potenzialità.
 

 
La responsabilità dei cieli e delle altezze ha inizio nel 2014, nella città di Prato, come azione e installazione pubblica per Piazza dell’Immaginario – “percorso”, quest’ultimo, che negli anni ha inteso contribuire con l’arte alla trasformazione in verso migliorativo di un quartiere urbano ad alta densità d’immigrazione.
Pantani-Surace dopo un periodo di osservazione, riflessione e confronto in loco, invitarono la comunità a compiere un gesto in apparenza semplice ma nella sostanza già generativo dell’opera: saltare su tre grandi matrici di legno inchiostrate e distese a terra, così da imprimere su fogli bianchi, al modo della tecnica xilografica, i caratteri cinesi il cui significato è “ti amo” (io-amo-te). Espressione di massima intensità emotiva, da essere a essere, la cui possibilità, opportunità – e talvolta liceità – cambia secondo i contesti sociali e culturali. Proprio in Cina dire ti amo è un atto eccezionale e sconvolgente, per ragioni complesse legate ai fattori storici, in primis a quel prevalere del senso di collettività sul singolo, insito da secoli ma intensificato, fino al limite dell’annullamento del sé, dal recente passato maoista; di ciò dava testimonianza speculare Goffredo Parise in un brano poetico del saggio Cara Cina (del 1966): «L’amore è, per i cinesi, un sentimento così personale, delicato e fragile che non soltanto non si può toccare ma non si può nemmeno esprimere così che altri, chiunque altro, compresa la persona amata, lo possano a loro volta vedere e toccare.»
A Prato i fogli impressi durante l’azione pubblica restarono sui muri della piazza, ad altezza degli occhi, per alcuni mesi. Una durata ampia, prova di un deperimento causato solo dagli agenti atmosferici: l’opera era stata accolta dalla comunità.
Secondo una genesi progressiva che caratterizza molti dei progetti artistici del duo Pantani-Surace – come racconti da sviluppare nel tempo – la mostra di Varese costituisce una nuova declinazione del lavoro, ponendosi in dialogo con lo spazio Riss(e) inteso nella sua specificità umana, quale luogo di espressione e accoglienza, e nella sua specificità architettonica.
Dato l’allestimento attuale, le catene che consolidano lo spazio fisico (ciò che tiene insieme le parti), sembrerebbero d’acchito separare il messaggio a più livelli, quello d’insieme – ogni carattere stando a sé non è riferibile a un significato preciso – e quello particolare poiché i fogli, ora rimasti in copia unica, adagiati sul ferro si mostrano in modo parziale sia da davanti che dietro. È l’innesco di un processo; l’elemento d’unione diventiamo noi osservatori, il nostro sguardo che incontra un messaggio denso eppure reso astratto dalla diversità linguistica.
C’è un aspetto dell’astronomia e della fisica che, ricordo, mi colpì in maniera speciale al primo incontro. In un testo che leggevo, veniva spiegato che quando ammiriamo il brillare di una stella distante per esempio cento anni luce, stiamo vedendo qualcosa che è accaduto un secolo fa. È come se il passato e il presente diventassero contemporaneamente gli stessi. In modo più complesso ci si riferiva anche al fatto che in prossimità di un buco nero, ciò che viene definito l’orizzonte degli eventi, un oggetto in caduta verrebbe visto, da un osservatore distante, come rallentato all’infinito, mentre un osservatore vicino non noterebbe alcun rallentamento (il fenomeno si chiama dilatazione temporale gravitazionale). In una dimensione più terrena, e quotidiana, qualcosa di simile lo sperimentiamo guardando il cielo; sta lì, in apparenza neppure tanto lontano, eppure è un effetto ottico dovuto all’atmosfera del nostro pianeta. In ogni caso serve uno slancio dell’immaginazione per comprendere. Così, il significato dei caratteri sospesi nella sala è in attesa solo di essere accolto e interpretato: lo spazio, il movimento, direi l’esperienza fisica nel suo complesso convergono verso i tre curiosi segni d’inchiostro. Tramite vari rimandi ciò che è stato si attualizza in altra forma, e altra ancora ne assumerà in futuro in base ai contesti: avviato da un un salto minimo sopra delle matrici, simile a un gioco, la responsabilità dei cieli e delle altezze si svela come dimensione (ed elogio) della potenzialità.
 
Pantani-Surace (Lia Pantani 1966 e Giovanni Surace 1964), residenti in Toscana, collaborano dal 1995 e sono interessati alla processualità delle cose e alla mutevolezza dei fenomeni naturali. Nelle loro opere è sempre presente un ritmo fluttuante, una mutazione di stato, una trasformazione che genera nuovo senso. Il tempo gioca un ruolo fondamentale nella loro produzione. Il consumarsi, l’esaurirsi o il modificarsi in una nuova forma: un’estetica dell’instabilità in grado di far cogliere l’unicità di un attimo. Le loro opere sono quasi sempre intensamente legate alla fisicità e alla storia dell’ambiente espositivo e a volte è lo stesso spettatore che mette in moto un processo di cambiamento. Una poetica, la loro, che condensa e riassume il tutto nell’essenziale, nel transitorio, nell’attimo che di continuo rinnova se stesso.
Tra le mostre personali ricordiamo: Certosa Monumentale di Calci, Pisa (2001); Galleria nicolafornello, Prato (2004); Galleria Madder 139, Londra (2008); Galleria Die Mauer e Mura di cinta via Pomeria (giardino d’infanzia), Prato (2012). Tra le principali mostre collettive: Villar Pellice (To) (2003); Trinitatiskirche, Colonia (D) (2005); Nosadella due, Bologna (2007); Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, Borgo Medievale di Castelbasso, Teramo (2010); Sun Studio 74 rosso, Firenze (2012); ex Tribunale, Pescara (2016); Villa di Toppo Florio Buttrio, Udine (2017).

 

 
Pantani-Surace (Lia Pantani 1966 e Giovanni Surace 1964), residenti in Toscana, collaborano dal 1995 e sono interessati alla processualità delle cose e alla mutevolezza dei fenomeni naturali. Nelle loro opere è sempre presente un ritmo fluttuante, una mutazione di stato, una trasformazione che genera nuovo senso. Il tempo gioca un ruolo fondamentale nella loro produzione. Il consumarsi, l’esaurirsi o il modificarsi in una nuova forma: un’estetica dell’instabilità in grado di far cogliere l’unicità di un attimo. Le loro opere sono quasi sempre intensamente legate alla fisicità e alla storia dell’ambiente espositivo e a volte è lo stesso spettatore che mette in moto un processo di cambiamento. Una poetica, la loro, che condensa e riassume il tutto nell’essenziale, nel transitorio, nell’attimo che di continuo rinnova se stesso.
Tra le mostre personali ricordiamo: Certosa Monumentale di Calci, Pisa (2001); Galleria nicolafornello, Prato (2004); Galleria Madder 139, Londra (2008); Galleria Die Mauer e Mura di cinta via Pomeria (giardino d’infanzia), Prato (2012). Tra le principali mostre collettive: Villar Pellice (To) (2003); Trinitatiskirche, Colonia (D) (2005); Nosadella due, Bologna (2007); Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, Borgo Medievale di Castelbasso, Teramo (2010); Sun Studio 74 rosso, Firenze (2012); ex Tribunale, Pescara (2016); Villa di Toppo Florio Buttrio, Udine (2017).